giovedì 21 luglio 2011


Le differenze e la civilta'

Non e' con un decerebrato buonismo che si difende una identita' popolare con le sue basi umane, culturali e spirituali , ma con un pragmatismo che offra agli ospiti stranieri una opzione di vita la quale rifletta il nostro grado di civilta'.
Noi abbiamo il dovere di operare a vantaggio di una formula che consenta all'immigrato di mantenere intatte le caratteristiche della sua diversita' pur integrandosi nel tessuto delle societa' Europea e perche' questo sia possibile, nell'ospite, deve essere sviluppata una coscienza del proprio ruolo produttivo , la capacita' adeguata di espressione linguistica per evitare un isolamento conflittuale e infine una preparazione professionale necessaria ad un ruolo prezioso che contrasti  un umiliante parassitismo assitenziale .
La bilaterale distruzione delle identita' etniche non favorisce nessuna delle parti ma soddisfa l'istinto etnicamente suicidario di realta' anti-nazionali il cui scopo e' dissolvere la memoria del ruolo organico delle etnie , nella esistenza di un pianeta  concepito da Dio e dalla evoluzione storico-culturale a vantaggio del nulla.

giovedì 19 maggio 2011

GIU' LE MANI DA UN DIRITTO INALIENABILE

Pane e Circo

PANE E CIRCO

“Provare un qualsiasi interesse per le Amministrative Italiane , puo’ equivalere ad una insana curiosita’ per una rissa tra ladri di polli “
Puo’ sembrare una dichiarazione di autoesclusione dalla gestione dei destini della Nazione ma in realta’ e’ l’unica reazione coerente e realistica ad un disastro di principio ancora prima che collettivo.
La nomina di un sindaco e del suo Entourage di tagliaborse , non cambiera’ di una virgola la nostra realta’ per tutta una serie di ragioni. La prima, e’ che il “primo cittadino” di un agglomerato urbano Italiano opera agli ordini inflessibili di un partito acquattato nella capitale come componente organica  di uno Stato che ha fatto del proprio ruolo parassitario una religione e che in questo senso, si esprime su tutto il territorio della Repubblica. La seconda e non meno evidente verita’, e’ che un sindaco Italiano per i privilegi innegabili della sua transitoria condizione non e’ chiamato ad esprimere un ruolo “specializzato” nella applicazione delle sue funzioni ma piuttosto una performance autodidattica. In altre parole, un avvocatello di provincia assurto alle cronache per il suo coefficiente di controllabilita’, non ha la minima idea all’inizio del suo mandato, di cosa sia una problematica urbanistica , sanitaria,amministrativa, ecologica o produttiva. Questa incontrovertibile realta’ rende la figura del tipico amministratore locale Italiano , poco credibile e certamente non propedeutica alle reali necessita’ della popolazione che vive ovunque la necessita’ di tecnici capaci e non di sperimentatori circondati di geometrucoli , contabili e vigili urbani.
Eppure il rito ciclico delle amministrative ha una importanza vitale per il sistema, perche’ garantisce la connettivita’ del tessuto  di controllo del territorio in termini politici ,partitici , clientelari. Si tratta di una scuola di formazione per chi ha ambizioni istituzionali , un banco di prova per uomini di regime privi di visioni al soldo di una casta piramidale alla quale aspirano come fine ultimo.
Si e’ passati quindi dall’iconico sindaco alla Guareschi affiancato da Parroco e Maresciallo ad un burocrate riccamente remunerato che nella sua nicchia comunale distribuisce in modo cardinalizio il denaro della comunita’Nazionale alla sua rete di sostenitori ,utilizzando il principio incontestabile di una tacita compatibilita’ di setta.
Eppure anche questo aspetto quasi “tenero” della vita pubblica Nazionale scricchiola come tutta la impalcatura del sistema sotto i colpi di una realta’ che muta globalmente e progressivamente  in modo incomprensibile al provincialismo Italiota. Lo stesso che ritiene intimamente che i meccanismi geopolitici ed economici dell’Italia siano garantiti a perpetuita’ da una sorta di decreto Divino , nonostante le crisi mondiali , nonostante i mutamenti di assetto, nonostante tutto, nella convinzione pizzaiola che la nottata, prima o poi...debba passare .
Eppure nulla sara’ come prima. Non potrebbe esserlo quando il carburante costa al litro piu’ dell’acqua oligominerale in un paese lungo e stretto che persiste con una non chalence tutta mediterranea   nel  trasporto su gomma. Quando la qualita’ della vita, varia drammaticamente a vista lungo una dorsale trascurabile di meno di mille chilometri. Quando economie emergenti aggrediscono da una distanza di 15.000 chilometri una Nazione che ha perso la capacita’ di creare qualita’ e con questa, la sua competitivita’ in uno scenario occupazionale da celebrazione della incertezza. E nello svilupparsi di questa evoluzione negativa del tutto, che le amministrative Italiane indicano il singulto di una agonia e non certamente l’espressione di una vitalita’ “Democratica’ e sopratutto come prova  generale alle Politiche che gia’ si profilano nel collasso di consensi per i predatori del turno in corso e in attesa dei prossimi.
A noi non rimane che assistere alla erosione strutturale del NEMICO e naturalmente sottrarci al gioco immorale della partecipazione ai riti di regime , guadagnandoci ancora una volta il titolo di RIBELLI che preferiamo a quello di COMPLICI.
Claudio Modola
CONFEDERATIO

mercoledì 11 maggio 2011

Silvio....Cosa ci combini!

EUGENETICA , Il troppo rapido giudizio della storia







Due anni prima l’evoluzionista Leon Whitley dell’American Eugenics Society riceve una lettera con la richiesta di una copia del suo libro “The Case for Sterilization”. In essa si parla di Madison Grant, presidente della Eugenics Research Association e dell’American Eugenics Society, che in “The Passing of the Great Race” scriveva che “le leggi della natura richiedono la distruzione degli inadatti e la vita umana ha valore solo in riferimento alla comunità e alla razza”. La lettera è firmata “Adolf Hitler”. L’esordio dell’eugenetica non risale alla Germania nazista, ma ai ventisette Stati americani che la adottarono dal 1907 al 1979. Ben cinque presidenti americani, Teddy Roosevelt, William Taft, Woodrow Wilson, Calvin Coolidge e Herbert Hoover sposarono l’eugenetica. Fra gli aspetti folkloristici di una vicenda tanto tragica vi furono le “fitter families”, famiglie con un pedigree invidiabile, da depliant eugenetico, esposte alle fiere nazionali nel Texas. L’American Eugenics Society organizzò nel 1911 un “better babies day”, molto simile all’accoppiamento nazista dei giovani adoni ariani. Lydia de Vilbiss, esponente di punta del Better Babies Movement, nel 1921 organizzò conferenze sulla prevenzione delle gravidanze e contribuì alla nascita della Race Betterment Conference e della American Eugenics Society. Il suo libro, “Birth Control: What is it?”, divenne la bibbia delle sterilizzazioni (centomila solo negli Stati Uniti fra gli anni Venti e Settanta del secolo scorso). Il suo slogan era: “Ogni figlio ha il diritto di nascere sano”.

Oltre a Black, anche Christine Rosen ha dedicato all’eugenetica americana il suo libro “Preaching Eugenics”. Il reverendo Samuel Fallows, a capo della Chiesa episcopale di Chicago, abbracciò l’eugenetica perché “c’è un gran bisogno di un passo in avanti verso la purificazione genetica del matrimonio”. La Chiesa presbiteriana dichiarò che “i figli dei missionari vantano un alto standard eugenetico”. Alla fine del 2005 il governo svedese ha aperto un’inchiesta per far luce sui quarant’anni di eugenetica socialdemocratica. Circa 63 mila svedesi, soprattutto donne, furono sterilizzati fra il 1935 e il 1975. Una militante socialdemocratica, Maija Runcis, scoprì in un archivio statale che in quegli anni erano state effettuate 62.888 sterilizzazioni. L’Istituto svedese di Biologia Razziale venne fondato nel 1922, l’anno in cui i socialdemocratici proposero al Parlamento di sterilizzare i minorati psichici. Presentando il progetto di legge sulla legalizzazione della sterilizzazione del 1934, i socialdemocratici svedesi dissero: “Esiste una sola ragione per cui un idiota, anche se il suo stato non dipende da ragioni ereditarie, dovrebbe mettere dei figli al mondo?”. Alva e Gunnar Myrdal erano i teorici di questo “nuovo umanesimo”. Gunnar fu insignito del premio Nobel per l’Economia nel 1974. La moglie per quello della Pace nel 1982. Pensavano che “consentire a dei genitori idioti di riprodursi è un argomento indifendibile, da qualsiasi punto di vista. Ogni caso è un caso di troppo”. Come ha ricordato lo storico Gianni Moriani, “nel 1945, mentre gli alleati chiudevano i lager nazisti, in Svezia si raggiungeva il record di 1.747 sterilizzazioni”. Furono i coniugi Myrdal a coniare il termine “materiale umano” che ebbe una particolare fortuna nel lessico nazionalsocialista tedesco del Lebensborn.

Nel 1921 su iniziativa dei socialdemocratici il Riksdag (Parlamento svedese) aveva creato il primo Istituto di biologia della razza. Iniziava così la battaglia per la “purezza”. Purezza che il futuro ministro, sempre socialdemocratico, Arthur Edgberg si compiaceva di esaltare con queste parole: “Abbiamo la fortuna di avere una razza non ancora contaminata, portatrice di buone e solide qualità”. In Norvegia uno dei leader della locale sinistra democratica, Johan Scharffenberg, già nel 1911 aveva scritto sul giornale Socialdemokra che il suo partito doveva avere la consapevolezza che per il progresso sociale non ci si doveva solo porre il compito di migliorare le condizioni di vita del cittadino ma anche preoccupare di “pulire il suo patrimonio ereditario con una riproduzione umana razionale”. Lo stesso Sharffenberg poi, negli Anni Trenta, aveva studiato la legge nazista di sterilizzazione e l’aveva giudicata insufficiente perchè mirava a colpire le “sole” infermità ereditarie. Nel 1920 il futuro ministro socialdemocratico della Sanità danese, K.K. Steincke, pubblicò il libro “Le risorse del futuro”, nel quale sosteneva che i deboli andavano sì aiutati ma che era “poco intelligente e antieconomico” lasciare che si riproducessero. E lo stesso Steincke nel 1926 in qualità di ministro del primo governo socialdemocratico danese presentò un progetto per una vasta opera di sterilizzazione. “Incosciente”, “frivola”, “infantile”, “sessualmente inaffidabile”, ha una zia “strana”, va troppo a ballare, si guarda sempre allo specchio: furono alcune delle motivazioni che spinsero la Svezia a sterilizzare migliaia di donne. Dall’utopia socialista al Lebensborn il passo è stato brevissimo. In fondo un paladino della socialdemocrazia come George Bernard Shaw nel 1905 disse che “niente tranne la religione eugenetica può salvare la civilizzazione”.
 
(Giulio Meotti) 6 nov 2006
 

lunedì 25 aprile 2011

La Fine dell'Europa e l'Inizio della Nostra Resistenza





di Adriano Romualdi
Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.
Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.
Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.
A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.
L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.
Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore.
In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.
Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.
Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».
* * * * *
Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.
Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.
La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».
Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.
Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.
È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.
In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.
Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».
Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.
* * *
Brano tratto da Le ultime ore dell’Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.