domenica 13 maggio 2012

L' Invasione immigratoria annuncia la fine dell' Europa



“Cosmopolitismo è una espressione infelice, meschina. Noi siamo uomini di un determinato secolo, di una determinata Nazione, di un certo ambiente, di un certo tipo. Queste sono le condizioni necessarie, rispettando le quali possiamo conferire senso e profondità alla vita ”.

(Oswald Spengler)

Ormai si tratta di un fatto assodato, indiscutibile per tutti, l’immigrazione straniera preme sempre più alle frontiere dell’Europa con ondate continue di intensità sempre maggiore e, infatti, i più recenti rapporti redatti dalla Caritas, hanno già registrato la consistenza della penetrazione immigratoria in circa 30 milioni di extracomunitari stanziati sul territorio dell’Unione Europea. Il dato andrebbe decisamente corretto al rialzo, fino ad almeno 50 milioni, se venissero conteggiati quanti, nel frattempo, hanno potuto acquisire più o meno legittimamente il diritto alla cittadinanza nelle singole nazioni. L’incidenza numerica delle popolazioni immigrate in Europa ammonterebbe al 7% della popolazione complessiva, con dislivelli notevoli tra le singole nazioni: lo 0,5% in Romania e Bulgaria, tra il 4 e l’8% nelle altre nazioni dell’Unione. Contrasti simili vengono riproposti anche a livello interno: nella Gran Bretagna, ad esempio, oltre un terzo degli stranieri risiederebbe nell’area metropolitana di Londra; in Francia il 40% degli stranieri si stanzierebbe nell’area di Parigi; in Spagna circa la metà degli immigrati si concentrerebbe tra le aree di Madrid e quelle di Barcellona. In Italia, al contrario, è più marcata la diffusione territoriale e sembrerebbe che solo un quinto del totale degli immigrati si sia stabilita nelle province di Roma e di Milano.

L’Italia, purtroppo, si trova oramai nella drammatica situazione di un avviato superamento della fatale statistica soglia di allarme. Infatti già al gennaio del 2010 la presenza accertata dalle autorità competenti ci riportava la cifra di oltre 4 milioni di stranieri installatisi sul territorio nazionale, quindi di un bel 7% rispetto all’insieme della popolazione italiana.

Sono 4.235.059 (dei quali ben 2.171.652 sarebbero femmine), per la precisione, gli immigrati stranieri stanziati in Italia secondo recenti rapporti dell’ISTAT consegnati alle autorità competenti e di questi i minori ammonterebbero alla considerevole cifra di 932.675 unità (di cui il 22% nati nella nostra nazione), tanto da confermarsi, sempre secondo i dati ufficiali diffusi, decisivi per il contenimento del calo demografico in Italia.

Quindi gli stranieri sono aumentati nel 2009 dell’8,8% (ben 343.764 in più) rispetto all’anno precedente. Un incremento pertanto molto elevato anche se inferiore però agli aumenti registrati nei due anni precedenti (+16,3% nel 2007 e +13,4% nel 2008). Senza gli immigrati, ci informano le fonti governative, l’Italia sarebbe quindi demograficamente più povera.

A fronte di un calo numerico di 75 mila italiani (nel rapporto proporzionale esistente tra le nascite e i decessi), la popolazione residente complessiva è aumentata nel 2009 di circa 295 mila persone e guarda caso solo per l’apporto degli immigrati stranieri.

Non c’è che dire, proprio una gran bella soddisfazione!

Parliamo appunto di presenze accertate che, ovviamente, non tengono conto dei tanti irregolari presenti illegalmente. Quindi complessivamente la cifra supererebbe abbondantemente le 5 milioni di unità e anche la percentuale in proporzione tenderebbe a salire in maniera preoccupante, con una massiccia concentrazione degli stranieri nei quartieri delle città più importanti, solo a Roma gli immigrati rappresenterebbero ben oltre il 7% della popolazione cittadina, mentre a Milano la consistenza numerica salirebbe al livello del 8% e a Firenze ben più del 7%. Pertanto nel complesso più che superiore alla media nazionale.

Possiamo, purtroppo, già parlare sensatamente di una più che preoccupante variabile del fenomeno immigratorio, ovvero di una evidente “immigrazione di popolamento”, che non potrà che avere pesanti ricadute interne alzando ancor di più e in maniera sempre più preoccupante la già elevata soglia di allarme su i temi specifici della sicurezza sul territorio, dell’occupazione, della precarietà sociale dei nostri connazionali e del nostro paesaggio culturale, identitario e spirituale che, a maggior ragione, si troverà costretto a misurarsi con l’invadenza prepotente di una presenza estranea alla vera natura della nostra Nazione e con tutti i perniciosi ricatti di una pseudo-cultura curiosa e sradicata che vorrebbe disegnare, per le generazioni future, tragici scenari cosmopoliti e multirazziali pretendendo di relegare in termini definitivi nell’immondezzaio della Storia l’autentica fisionomia culturale e spirituale che da tempo immemore ha sempre contrassegnato ed identificato l’insieme del nostro popolo e della nostra Nazione.

Anche l’istituzione scolastica nel suo complesso, purtroppo, si sta velocemente adeguando alla nuova situazione sia nei programmi educativi, sia nell’organizzazione interna, per non parlare poi delle specifiche direttive emanate e relative all’obbligatorio adeguamento delle mense scolastiche alle diverse “culture” gastronomiche. La scuola multi-etnica si affaccerà sempre più come una triste realtà con la quale doversi confrontare, soprattutto alla luce di oltre 800.000 nuove iscrizioni di studenti stranieri previste per il nuovo anno scolastico.

Stanno forse lavorando alla programmazione dei “nuovi italiani” di domani? Purtroppo i numerosi segnali volti in tal senso ci convincono sempre più di questo tragico scenario. Non a caso, costoro, verrebbero già qualificati come i portatori di una “doppia identità”.

Se le destinazioni consuete del vettore migratorio proveniente dal “sud” del pianeta registrano ancora un flusso stabile come nel caso della Germania, i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia e la Spagna, ne conoscono invece uno smisurato incremento. Le realtà allogene più cospicue presenti in Gran Bretagna sono ancora sempre quelle provenienti dal sub-continente indiano (Pakistan, India e Bangladesh), che in un remoto passato era stato il fiore all’occhiello dell’impero di Sua Maestà. In Francia e in Spagna i flussi migratori provengono, invece, in buona parte, dal nord-Africa (Marocco, Algeria e Tunisia), quasi come si trattasse di una sorta di obbligata eredità del rapporto coloniale che legava in passato il Maghreb alle due nazioni. Le autorità della Spagna, inoltre, continuano ad amministrare direttamente, ma con difficoltà sempre maggiori, l’arcipelago delle Canarie e le enclavi in territorio marocchino di Ceuta e Melilla. La Germania, infine, rappresenta costantemente la destinazione principale degli arrivi dall’area balcanica, dai paesi dell’est europeo e, storicamente, dalla Turchia. Difatti le autorità tedesche hanno recentemente potuto censire 7,3 milioni di stranieri (tra i quali 1,8 milioni di turchi e 560.000 slavi dell’est) in rapporto ai 75 milioni di tedeschi, quindi corrispondenti al 9% della popolazione complessiva. Una gran bella cifra!

Il contrasto culturale e politico all’invasione immigratoria e la promozione del risveglio identitario dei popoli europei rappresentato pertanto e sempre più urgentemente i temi fondamentali per una battaglia culturale e politica indiscutibilmente decisiva per gli assetti futuri. Una battaglia che sembra, adesso, avere anche sollecitato la preoccupazione e l’attenzione di personaggi che, per formazione e cultura, erano stati storicamente estranei alle tematiche identitarie come l’ex-dirigente della Bundesbanked in passato anche esponente della SPD Thilo Sarrazin, che è riuscito a scandalizzare l’intero mondo politico e finanziario tedesco denunciando pubblicamente il rischio di estinzione della nazione tedesca a causa delle invasive politiche favorenti l’immigrazione: “Non desidero che il paese dei miei nipoti e pronipoti diventi in gran parte musulmano, nel quale si parli prevalentemente turco e arabo, dove le donne portano il velo ed il ritmo della giornata è scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in Oriente.” E rincarando la dose sempre Thilo Sarrazin giungeva inoltre a precisare: “Ogni società ha il diritto di decidere chi vuole accogliere ed ogni paese ha il diritto di salvaguardare la propria cultura e le sue tradizioni. Queste riflessioni sono legittime anche in Germania ed in Europa. Non vorrei che noi diventassimo stranieri in patria.”

Quindi riflessioni e giustificate preoccupazioni, sempre più largamente condivise dalle singole popolazioni europee, che vanno a focalizzare l’attenzione sui nodi centrali della questione immigrazione, ovvero quelli relativi alla probabile deformazione strutturale dell’originaria fisionomia delle singole nazioni e di conseguenza dell’Europa.

A tal proposito si dovrebbe tutti rileggere le pregnanti pagine dell’allucinante romanzo Il Campo dei Santi pubblicato in Francia nel 1973 dallo scrittore ed esploratore francese Jean Raspail (ora disponibile in versione italiana nella collana delle Edizioni di Ar), dove si voleva mettere in guardia la Francia e l’Europa dalle fatali conseguenze derivanti da una incontrollata deriva multirazziale, terzomondista e immigratoria che alla lunga avrebbe inevitabilmente portato alla traumatica e violenta disintegrazione dell’intera Civiltà europea. Un terribile presagio che veniva annunciato, dal Raspail, attraverso l’utilizzo di una libera citazione biblica tratta dall’Apocalisse di S.Giovanni: “Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta.”

Se allora, nel 1973, quanto coraggiosamente narrato da Jean Raspail poteva apparire ai lettori alquanto inverosimile e non plausibile ai meno accorti, possiamo oggi, con quanto drammaticamente è accaduto (e continua ancora ad accadere, anche se celato da una voluta e imbarazzante omertà) in termini di feroci rivolte da parte di immigrati e naturalizzati in numerose città francesi e il cui “contagio” sembra volersi espandersi nel resto dell’Europa, rimanere indifferenti e perseverare nello scetticismo? Possiamo continuare ad appellarci alla casualità e alla fortuita coincidenza dei fenomeni? Oppure dovremmo parlare di un disastro annunciato? In tal caso dove affonderebbero le radici di questo malessere diffuso?

I roghi che sinistramente hanno illuminato le banlieues della regione di Parigi, di Tolosa, di Lione, di Marsiglia, ecc…, non si sono limitati a consumare tra le fiamme automobili, pullman di linea,empori, autobotti dei Vigili del Fuoco, autoambulanze e automezzi della Gendarmeria. Nelle periferie devastate dai casseurs africani e maghrebini di nazionalità francese (ma tra di loro vi erano anche numerosi immigrati regolarizzati e non) si è disintegrato un intero e fragile tessuto sociale, nei numerosi roghi si sono consumate le altrettanto numerose promesse, fatte e mai mantenute, dalle “anime belle” dell’universalismo cosmopolita e dell’assimilazionismo forzato. Sono bruciate le sempre più deboli certezze proprie delle decadenti, sclerotizzate ed egoiste democrazie capitaliste dell’Occidente liberale e libertario.

Soprattutto si è disintegrata quella fantasia intellettuale, tipicamente mondialista, costituita dalla “religione laica” dei Diritti dell’Uomo, la quarta “religione” monoteista e modernista che è andata ad affiancarsi all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam e manifestatasi altrettanto, se non di più, esclusivista e intollerante quanto le altre. Espressione, quindi, di un “mondo virtuale” destinato necessariamente ad implodere. E non crediamo affatto di esagerare affermando che le vicende francesi lo abbiano ben dimostrato.

Il tono prepotente e “fieramente” anti-francese (e quindi nel complesso sostanzialmente anti-europeo) che ha alimentato l’anarchica violenza e lo zelo vendicativo dei rivoltosi ci ha potuto dare, anche, il senso e la chiave di lettura di una violente sollevazione di natura etnica che ha preannunciato al mondo intero, con gli atti di vandalismo e le violente dichiarazioni, la terribile possibilità di volere prestare il fianco ad un inasprimento dello scontro in una paventata versione di conflitto razziale. Tutto nei prossimi tempi verrà soppesato sul piatto della bilancia dei rapporti di forza. I rivoltosi hanno avuto comunque, e nonostante tutto continuano ad avere almeno per ora, buon gioco nell’assestare colpi tremendi ad una identità francese sempre più fiacca e moribonda al fine di rivendicare un ruolo di principali artefici della pretesa edificazione di una innovativa Francia del futuro, coniata artificiosamente a loro immagine e somiglianza.

La strategia mondialista, certamente, emerge con tutta la sua forza con il fenomeno dell’esodo “biblico” delle genti extraeuropee verso il nostro Continente. Un’impressionante (anche perché quotidianamente avviene sotto i nostri occhi) ondata terzo-mondista la cui definizione ormai semplicistica di ‘”immigrazione” ci suona patetica e ipocrita alla luce della constatabile dimensione degli spostamenti continui di popolazione proveniente dal Nord Africa, dall’Africa nera e dal Medio ed Estremo Oriente e, inoltre, stando unicamente alla valutazione del quantitativo numerico che caratterizzerebbe l’ampiezza e la portata del fenomeno, risulterebbe puntuale, logico e maggiormente calzante esprimersi con il termine crudo di “invasione”. Infatti il concetto di “invasione”, come già è stato fatto notare dagli studiosi e analisti del fenomeno, non vuole significare altro che l’ingresso di uno o più popoli nel territorio di un’altra nazione, senza che quest’ultima possa opporsi a tale movimento. Pertanto questa immigrazione cospicua, inarrestabile e incontrollata, che stiamo tutti subendo, cosa altro può essere se non una invasione metodica e capillare?

Una “invasione” ben particolare visto che ha potuto, purtroppo, vantare numerosisponsors tra coloro che, all’insegna di una non ben chiara, ma certamente deleteria, “cultura della solidarietà e dell’accoglienza” richiedono a gran voce esclusivamente maggiori garanzie e tutele a beneficio degli extracomunitari, per non parlare poi di chi apertamente si è fatto portabandiera di allarmanti proposte che ci parlano di una auspicabile assimilazione totale e indiscriminata degli stranieri che spalancherebbe la porta ad una ancor più drammatica “immigrazione di popolamento”.

Già nei primi anni novanta, quando in Italia emergevano le prime più che giustificate perplessità sulla presenza degli immigrati stranieri, nelle principali città della nazione, varie “agenzie pubblicitarie” politico-culturali, degenerati e falsi uomini di “cultura” ed enti politici ricevettero cospicue commesse governative per avviare tutta una serie di iniziative molto propagandistiche e molto poco culturali al fine di convincere e di abituare la popolazione italiana alla presenza, e pertanto alla prossima forzata coabitazione, con gli stranieri ed accettare quindi come storicamente inevitabile l’avvento di una, a detta loro, inevitabile (e per taluni versi anche auspicabile) futura società multirazziale. Si trattava di una esplicita e concreta minaccia rivolta, in nome di presunte ed ineluttabili trasformazioni previste dalla Storia, a tutti coloro che avrebbero preteso di affermare il legittimo e doveroso diritto dei popoli e delle nazioni a preservare sé stessi e la propria secolare identità etnica e culturale. Pertanto per assecondare il progetto mondialista e cosmopolita negli ultimi venti anni si sono mobilitate ibride schiere di parolai, di perniciosi intellettuali, di sindacalisti, di eminenti politici e altrettanto eminenti gerarchie ecclesiastiche tutte votate a favorire con ogni mezzo l’avverarsi del progetto di una società dell’accoglienza protesa verso una futura Europa cosmopolita e multirazziale.

Un fronte compatto di mistificatori che, facendo ricorso ad una presunta fatalità storica e ad altrettanto presunti sensi di colpa, infondevano nelle coscienze degli italiani e degli europei una cupa rassegnazione riguardo all’incremento dei flussi migratori al fine di predisporre gli animi all’immediata e forzata accoglienza degli immigrati extracomunitari.

Predicando incessantemente le parole d’ordine del pensiero mondialista sulla libertà di emigrazione e di immigrazione, ovvero il procedere verso l’apertura indiscriminata delle frontiere al fine di snaturare completamente un popolo e renderlo qualcosa di “altro”, un insieme di individui amorfi orfani di una qualsiasi identità e appartenenza senza più alcuna coesione culturale e storica e pronti, quindi, a perdere anche il concetto stesso di città, regione, nazione e patria. Uomini del mondo, apolidi votati al sincretismo pseudo-religioso e pseudo-culturale e totalmente passivi e indifferenti ai mutamenti che li circondano.

Nonostante i continui disordini che continuano a investire il terzo e quarto mondo (e probabilmente anche grazie ad essi) e l’arrivo continuo nelle nostre contee europee di masse ingenti di stranieri, il meccanismo mondialista degli affari ha continuato a prosperare senza limiti, anzi e proprio per questo che è stato sostanziato da una crescita robusta e sostenuta del meccanismo speculativo finanziario-capitalistico. Una crescita così falsa, orrendamente speculativa e anarchica da causare le pesanti crisi degli ultimi periodi.

Nonostante, comunque, le recenti e note difficoltà economiche, l’unificazione del pianeta all’insegna del progresso tecnocratico e dello smisurato sviluppo economico e finanziario, ovvero i valori fondanti e costitutivi dell’Occidente mercantilistico e plutocratico, non è mai stata così avanzata. Nell’opinione dei suoi fanatici “apostoli”, l’obbiettivo della progressiva affermazione in scala globale della società multirazziale dovrà favorire la diffusione planetaria di modelli di consumo sempre più omogenei che, rappresentando uno dei presupposti principali per lo sviluppo del libero mercato globale, avvierà un processo di creazione di una nuova configurazione sociale fondata sulla distruzione del senso di appartenenza e sulla disintegrazione del legame, ancora oggi nonostante tutto esistente, tra popolo e Storia, cultura e territorio, Nazione e destino. Infatti, diversamente dalla organica visione identitaria, la visione “cataclismica” promossa dal cosmopolitismo multirazziale potrà unicamente produrre l’incubo di una irreale megalopoli mondialista, democraticamente emancipata dove, solamente in astratta teoria, tutti gli uomini avrebbero il loro posto e della quale ciascuno sarebbe un libero e indifferenziato cittadino. Purtroppo siamo coscienti che le cose andranno differentemente, la megalopoli cosmopolita e mondialista che essi farneticamente continuano a paventare sarà terribilmente difforme, perchè vi regneranno l’ingiustizia, lo sfruttamento, la violenza e l’odio. Si lacererà e la tanto decantata “bontà egualitaria” che avrebbe dovuto favorire la pacifica convivenza e quindi placare tutte le dispute darà invece all’ingiustizia, alla violenza, all’odio e alla sopraffazione mezzi moltiplicati. Il rischio dell’annientamento puro e semplice dell’umanità sarà più forte che mai. Questa ingannevole (e utopistica in ogni caso) megalopoli mondialista non potrà che crollare per forza su se stessa come la Torre di Babele, mentre l’Europa e il resto del mondo potrebbero tornare di nuovo ad essere il terreno di una nuova disputa, del nuovo e allo stesso tempo eterno conflitto che ha da sempre contrapposto la Civiltà alla barbarie.

Quindi il porsi conflittualmente sul tema drammatico dell’immigrazione e su tutto ciò che ne conseguirebbe altro non significherebbe che reimmettere il nodo centrale del riconoscimento del diritto-dovere all’appartenenza nazionale, culturale, spirituale e popolare nel cuore stesso del conflitto politico riaffermando l’intima forma della nostra preziosa e speculare identità, opponendosi al cosmopolitismo apolide e oligarchico che vorrebbe piegare i popoli europei alla fatale logica del melting-pot e delle “nuove cittadinanze” e restituendo al nostro popolo il senso e il significato di una comune e speciale Origine radicata in una memoria arcaica e ancestrale. Soprattutto evitando con tutte le forze di ricadere in quel “peccato di omissione” che era stato puntualmente stigmatizzato dall’intellettuale identitario Adolf Bartels: “Sulla terra c’è una colpa antichissima e sempre nuova, non restare fedeli al proprio popolo, non restare fedeli a se stessi.”

Se è vero che il criminale processo globalizzatore vuole tracimare le consistenze identitarie anche attraverso richiami a vaghi e indistinti “diritti umanitari alla cittadinanza” da attribuire indistintamente e indiscriminatamente a chiunque, cioè, alla fin fine, a tutti coloro che più o meno lecitamente, ma sempre più spesso illegalmente, penetrano nella nostra Nazione e per inciso poi rivendicano, anche, arrogantemente il “diritto” (?!?) a rimanerci in pianta stabile, risulta altrettanto evidente che questa parodia, ipocritamente umanitaria, offende e minaccia la nostra intelligenza e la nostra stessa sostanza popolare, le nostre radici, la nostra forma identitaria, la nostra specifica “forma di vita” con tutti i nessi interiori e superiori che la ordinano; mettendo a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza culturale, spirituale ed etnica modificando il “paesaggio” che per secoli ci ha visti protagonisti e artefici del nostro destino, insomma tutti quei caratteri che ci mantengono e ci conservano, nonostante tutto, ancora come un popolo dando così forma e sostanza alla nostra Nazione.

Maurizio Rossi

martedì 8 maggio 2012

Noi, Donne nella lotta per il rinnovo della Germania




di Erna Gunter

"La battaglia politica degli ultimi anni venne disputata con incredibile
acredine, poiché alla fine avrebbe dovuto determinare la sopravvivenza del nostro popolo come nazione libera.

Le donne non poterono rimanere in disparte ed estraniarsi dalla lotta, perché era coinvolto anche il loro futuro e il futuro dei loro figli.

Appoggiavamo i partiti del vecchio sistema, ma eravamo insoddisfatte.

Volevamo adoperarci per il nostro popolo. Nel pieno della crisi, fummo costrette a prendere una posizione, senza individuare nulla che ci rappresentasse. Abbiamo vagato, deluse, tra il materialismo marxista-democratico da un lato, e le tenebre della classe borghese, dall’altro. Noi donne abbiamo pensato al nostro popolo come ad un insieme. Abbiamo ritenuto che solo uno stato basato su un’unica e forte componente etnica avrebbe potuto garantire la vita del singolo individuo, uno stato la cui forza sarebbe dipesa dalla collaborazione di tutta la nostra gente.

Poi abbiamo ascoltato i discorsi del primo oratore Nazional Socialista. Abbiamo partecipato a diverse riunioni. Abbiamo udito le parole del Führer e i nostri occhi si sono riempiti di commozione: era ciò che stavamo cercando. Egli, con dedizione appassionata ci ha presentato un’idea dello stato, non più basata sulla contrapposizione fra borghesia e proletariato.

Le promesse che egli ci ha fatto non andranno a beneficio esclusivo di pochi privilegiati. L’appello è stato rivolto a tutte le persone dello stesso sangue e della stessa razza.

Il motto era: “Il bene comune viene prima del bene privato”.

Le posizioni nazionalsocialiste sulle questioni specifiche della nostra vita nazionale divennero chiare in maniera molto graduale.

Fin dall’inizio, però, ognuno di noi percepì che stava accadendo qualcosa di nuovo. Non si trattava di determinare la vittoria di un partito, ma piuttosto, di una nuova visione del mondo in lotta per l’anima della Germania.

E’ possibile osservare i dogmi di un partito, con freddo raziocinio, ma una visione del mondo esige la persona nella sua totalità: ragione e cuore, fede e volontà. La prima cosa che è chiamata a fare una donna non è quella di soffermarsi a studiare i dettagli, bensì quella di donare se stessa in maniera incondizionata. Così le donne che incontrarono l’idea nazionalsocialista divennero ben presto i suoi più accaniti sostenitori.

Intuirono infatti, che avrebbero trovato in questa idea di Stato, fondata sul popolo, sulla discendenza e sulla terra, il loro ruolo naturale come preservatrici della razza, e come guide per i giovani. Dopo essere state conquistate da questo pensiero divennero combattenti attive nella battaglia degli ultimi anni.

Gli uomini stavano in prima linea. Le donne facevano il loro dovere in silenzio. Molte madri pervase dall’angoscia, rimanevano sveglie ad ascoltare i rumori della notte sperando di riconoscere prima o poi un incedere familiare.

Più di una donna perlustrava le strade buie di Berlino, alla ricerca del suo uomo o del figlio, che stava rischiando il suo sangue e la sua vita nella lotta contro la disumanità. Sono stati piegati molti volantini in modo che gli uomini delle SA potessero lasciarli nelle cassette postali. E’ stato dedicato del tempo prezioso alle cucine e alle camerate delle SA. Il denaro è sempre stato raccolto. La nuova fede si stava diffondendo grazie al passaparola. Nessun percorso è stato troppo lungo, nessun servizio per il partito troppo piccolo.

Qualche volta tutto ciò può esserci sembrato noioso o inutile, ma non abbiamo forse imparato qualcosa di valore inestimabile in queste ore? Non abbiamo forse imparato a sentirci parte di un insieme? Non abbiamo forse imparato come parla, pensa e sente il tedesco accanto a noi? Nella vita quotidiana e nei nostri posti
di lavoro si incontrano anche persone provenienti da ambienti diversi. Maimpariamo a conoscere le loro esigenze esteriori e i loro desideri interiori solo quando lavoriamo con loro fianco a fianco, quando vi è una comunione di intenti per il raggiungimento di un unico, grande obiettivo. In quegli anni questo obiettivo è stato: “Dai potere ad Hitler!”

Sapevamo tutti che la garanzia del rinnovo della Germania stava nella personalità del nostro Führer.

Questo obiettivo è stato raggiunto. Un nuovo stato tedesco è cresciuto sotto i nostri occhi.

Ci è venuto spontaneo porci questa domanda: “Ma in questo stato, costruito da forti mani maschili, possiamo noi donne trovare la nostra giusta dimensione?”
Non potremmo forse affermare: “La battaglia è stata vinta. Ora è tempo di pace.
Il nostro aiuto non è più necessario. Possiamo smettere di preoccuparci per la nostra gente ed iniziare ad interessarci solo di noi stesse “Se avessimo servito solo un partito, allora è proprio quello che potremmo dire. Ma non siamo divenute Nazionalsocialiste perché la Germania era in gioco?
E ‘vero non abbiamo posti a sedere in parlamento, e gli uomini hanno riconquistato le posizioni che le donne avevano preso grazie a false ambizioni. Lo stato nazionalsocialista ha bisogno dell’aiuto delle donne, adesso, ancor più che durante gli anni di lotta. Gli uomini possono essere coloro che provvedono alle necessità della vita per il nostro popolo. Lo stato può darci leggi che ancora una volta, provvedono a conferire alle donne i loro ruoli naturali. Ma
dipenderà da noi donne come e quanto queste leggi diverranno comprensibili al popolo. Il nostro compito è quello di tradurle nella vita quotidiana. Non sottovalutate questo compito! So che è più facile fare un salto ai grandi magazzini. Ma abbiate il pensiero di acquistare prodotti nazionali, poiché ogni acquisto contribuisce al salario ed al sostentamento del popolo tedesco.

Siete coscienti che la famiglia rappresenta il volto di un popolo? Le sue caratteristiche materiali e spirituali dipendono dalla donna. La madre dona al proprio marito ed ai suoi figli una casa. Lo spirito materno è la fonte di tutto ciò che è eterno. Così come l’agricoltore, attraverso la terra, è profondamente legato alle forze primordiali della natura, una madre riceve il ritmo della sua vita dalla mano di Dio. Vogliamo ricondurre i nostri figli, ed il nostro intero popolo, a questa fonte primaria di forza. Il compito della donna è quello di
sostituire lo spirito del denaro e dell’interesse personale, con lo spirito della madre e dell’agricoltore. Con questo spirito, noi donne saremo in grado di diffondere calore e profondità ovunque ci sia richiesto di portare a termine il nostro compito.

Una rivoluzione è giustificata, quando a mutare, non è solo la forma esteriore, ma lo stile di vita. Questo nuovo stile di vita prenderà forma per mano di noi donne:
attraverso i nostri vestiti, il cibo che prepariamo, le nostre case e i nostri bisogni spirituali, trasmetteremo il nostro atteggiamento verso la vita, verso la nostra famiglia, e verso lo Stato.

L’educazione dei giovani è nelle nostre mani. Sebbene, sia il nostro spirito a forgiare la loro identità, essi divengono parte della nazione.

Esistono compiti maggiori di questi? Non dovremmo impiegare tutte le nostre forze per poterli realizzare? Non sto parlando di quelle donne che sono rimaste ancora ferme al generale senso di fratellanza umana e non hanno ancora focalizzato la loro attenzione sui valori della propria specie. E non parlo di quelle donne che si uniranno a noi perché credono di poterne trarre vantaggio.

Piuttosto, mi rivolgo a tutte le donne che passano la vita cercando qualcosa, che sono pronte a servire un grande scopo. Per queste donne dico: “Partecipate!

Tutto è in tumulto, qualcosa di nuovo sta nascendo. manifestate le virtù della semplicità, della verità, della lealtà.

Che prenda forma l’immagine della donna tedesca! “

I Tedeschi gettano le loro truppe migliori nella falla aperta. Nelle prime linee, quei volontari europei delle SS il cui morale, nonostante la schiacciante superiorità nemica, è indistruggibile:

"La marea sanguigna che saliva dall'Est cresceva rumoreggiando d'ora in ora. Correva sulle ruote di centinaia di migliaia di veicoli americani, approvvigionata da miliardi di tonnellate di cibo americano, forte di migliaia di carri e d'apparecchi americani. Già questa marea aveva infranti i bastioni orientali dell'Occidente travolgendo la millenaria fatica dei colonizzatori germanici e i segnacoli dell'antica lotta contro la barbarie dell'orda asiatica.
Eppure, noi credevamo ancora.
Il cuore della civiltà occidentale, dell'intero Occidente non poteva morire solo perché alcuni ciechi uomini politici col loro odio miope avevano aperto le dighe al flutto della barbarie permettendogli di investire furiosamente il più valido contrafforte dell'Occidente. Vedevamo ogni giorno nelle nostre file troppi esempi di giovanile coraggio, d'entusiasmo, di spirito di sacrificio, per credere veramente alla cupa profezia del tramonto dell'Occidente".

lunedì 30 aprile 2012


"Frau Goebbels non tradì fino all'ultimo il minimo segno di paura. La incontravamo per le scale, che saliva due gradini per volta, elastica ed elegante, sorridendo cordialmente alle persone che incontrava. Quale madre di sei figli, di cui cinque nel Bunker, mostrava una forza d'animo veramente ammirevole, che indubbiamente era sostenuta dalla sua fede fanatica e quasi religiosa in Hitler."


Testamento privato del Fuhrer


"Negli anni della lotta non credetti di potermi assumere la responsabilità del matrimonio, ma ora, alla fine di questa mia esistenza terrena, ho deciso di sposare la ragazza che, dopo anni di fedele amicizia, è venuta di sua volontà a condividere il mio destino nella città ormai circondata. Per suo desiderio muore come mia moglie. La morte ci renderà ciò che i miei doveri verso la Nazione ci privarono in vita.
Ciò che posseggo - per quel poco che vale - apparterrà al Partito. Se il Partito non dovesse più esistere, allo Stato. Se anche lo Stato non dovesse più esistere, ogni altra mia disposizione è superflua.
Nel corso degli anni ho raccolto dei quadri, non per mio privato interesse, ma per poter un giorno costituire una galleria di pittura nella mia città di Linz. Che tale lascito avvenga è il mio più vivo desiderio.
Nomino esecutore testamentario il mio fedele camerata Martin Bormann. Egli è autorizzato a dare esecuzione legale alle mie volontà. Gli è concesso di metter da parte quanto possa avere il valore di personale ricordo, o che possa servire a garantire una modesta vita borghese ai miei fratelli, e sopratutto alla madre di mia moglie, e ai miei vecchi collaboratori e collaboratrici, segretari e segretarie, in particolar modo Frau Winter, che per tanti anni mi ha coadiuvato nel mio lavoro.
Io e mia moglie scegliamo la morte per sottrarci all'onta della deposizione e della capitolazione. E' nostro desiderio esser cremati nel luogo dove per dodici anni ho lavorato quotidianamente al servizio del popolo tedesco.

Berlino, 29 Aprile 1945, ore 4

Firmato: Adolf Hitler

Testimoni:
Martin Bormann, Dr. Joseph Goebbels, Nikolaus von Below".



"Mio Fuhrer, perché rimanete? Perché private la Germania della vostra vita? Il Fuhrer deve vivere affinché la Germania viva".
"No Hanna. Se muoio, è per l'onore del nostro paese; è perché come soldato debbo obbedire all'ordine da me stesso dato, di difendere Berlino fino all'ultimo... Mia cara ragazza, io non credevo che le cose sarebbero andate così. Ero fermamente convinto che Berlino potesse essere salvata sulle rive dell'Oder... Quando i nostri disperati sforzi fallirono, ne sono stato agghiacciato più d'ogni altro. Poi ebbe inizio l'accerchiamento della città e credetti che, se fossi rimasto, tutte le nostre armate avrebbero seguito il mio esempio e sarebbero venute a liberare la città... Cara Hanna, lo spero ancora. Wenck sta avanzando con la sua Armata. E' suo dovere, ed egli non verrà meno a tale dovere, ricacciare i Russi per salvare il nostro popolo. Allora potremo ancora resistere..."

(La Reitsch durante un colloquio con Hitler nel bunker)

mercoledì 25 aprile 2012


“Due dei nostri ragazzi arrivano di corsa…..
Stanno trasportando qualcuno. Come si avvicinano, vediamo che è una ragazzina. E’ completamente nuda. Da uno dei nostri automezzi, uno dei ragazzi prende un cappotto militare e la avvolge con quello prima di raggiungerci. I capelli in disordine, lo sguardo fisso e sconvolto. Lividi macchiano il volto e il collo. Il ventre e le cosce sono coperti di sangue e ripete senza interruzione: “Voglio morire. Lasciatemi, lasciatemi!”.
Abbian già capito di cosa si tratta. I due camerati che l’han trasportata fin lì ci raccontano che i Rossi, durante una sparatoria in una strada di villini, hanno improvvisamente cessato il fuoco ed esposto una bandiera bianca. Prima che i nostri avessero tempo di capire cosa stesse accadendo, avevano intravisto nel fumo degli spari alcune figure giallastre che gettavano una donna fuori di una porta. Si era trascinata fino alle nostre linee, di là della strada, mentre dietro di lei echeggiavano le rozze risate dei bolscevichi…
Per crudele che sia la vista, non possiamo però smettere di guardarla. I nostri occhi sono abituati ad ogni orrore, ma non a questo. La bocca si contorce, gli occhi guardano convulsi e febbricitanti. Le mani non si stanno ferme un momento mentre il tenero corpicino geme, si agita, sussulta. Non è ancora una donna, è quasi una bambina. Più di quindici anni non può avere sicuramente. Con due cappotti e un paio di tavole di legno improvvisiamo una barella e con quella i due portatori si affrettarono via di nuovo”.

A Charlottenburg, Hannelore von Cnuba, di 17 anni, è violentata da un gruppo di soldati ubriachi che poi le sparan tre colpi di rivoltella. Nei rifugi si violentan le donne, e poi si spacca loro la testa contro le pareti. A Kreuzberg, soldati sovietici violentano una vecchia di ottant’anni dopo averle riempito la bocca di burro per soffocare le grida. Nella casa di Maternità di Dahlem, le suore e le puerpere sono continuamente violentate da branchi sempre nuovi di soldati. Molte donne si buttan dalla finestra. Molte si impiccano. I reverendi Josep Michake e Alfons Matzer, padri gesuiti di Treptow, comprendono fino a che punto siano arrivati i Russi quando ripescan nell’Havel una madre che si è affogata tenendo i due figli e due borse di mattoni sotto le braccia. Anche le ragazze russe che i Tedeschi han portato a Berlino come lavoratrici, e che a giudizio dei loro connazionali si sono troppo “civilizzate”, non sfuggono alle violenze. A Dahlem, la madre superiora è uccisa mentre tenta di difendere la cuoca ucraina del convento.

martedì 24 aprile 2012


"Raggiante di serenità, libera da ogni umano timore, questa donna piccola e delicata spiccava in mezzo ai molti uomini. Ne provai un'involontaria vergogna per il sesso maschile. Mentre i più nel Bunker, militari o funzionari del partito, si abbandonavano a sconsolati pensieri, i suoi occhi raggiavano una ferrea volontà. Quando Hitler il giorno dopo le consegnò una fiala di veleno, solo un sorriso le passò sul volto...."

sabato 24 dicembre 2011

ACCA LARENZIA , LA FORZA DELLA MEMORIA

Quando il 7 Gennaio del 1978 Franco , Francesco e Stefano morirono assassinati da una commistione di Stato e Comunismo Armato , la comunita' Nazionalrivoluzionaria soffri' su la propria pelle in modo multiplo e atroce , il risultato letale di decenni di linciaggio propagandistico e mediatico ai danni di una generazione che rifiutava la Resa . Caddero in uno degli scenari urbani comuni ai nostri ragazzi , tra  canyon di palazzi , nelle intersecazioni di vie e strade e piazze che avevano stranamente imparato ad amare e quindi a difendere. Era il loro spazio vitale , rappresentava la loro liberta' di intrerpretare la vita e l'IDEA , era il terreno strano di Battaglia di una esistenza che poteva ancora essere Epica. Sono caduti non ancora ventenni, nella estetica d'acciaio che spetta ai combattenti piu' giovani e cadendo , sono passati alla NOSTRA STORIA , quella non deformata dalle versioni di un  Regime che a distanza di 34 anni e' sempre tristemente uguale a se stesso , incapace di comprendere il dramma vero di una giornata di morte che molti di noi portano ancora piantata nell'anima. A volte immaginiamo gli stessi ragazzi che quel giorno remoto di inizio Inverno , rantolarono sul gelo dei marciapiede che si tingevano di sangue , adulti , anzi maturi come molti di noi sono Oggi e ci chiediamo se quella morte iniqua , inferta con una vile superiorita' di fuoco , non sia stata anche un atto di grazia che ha risparmiato ai loro occhi puliti , ai loro sorrisi di ragazzi , quello che oggi e' la nostra atroce realta'.
Non sono mai invecchiati Franco , Francesco e Stefano , non hanno mai dovuto sperare come noi, con tutte le forze , che un Paradiso dei Guerrieri di tutti i tempi esista davvero e che i Soldati Politici caduti del Nostro tempo vi abbiano trovato un verde ed immenso territorio di caccia e di battaglia .
Il prossimo 7 Gennaio ci riuniremo ancora ad Acca Larenzia per urlare alle finestre sempre chiuse ed indifferenti il nostro PRESENTE che vogliamo quest'anno , piu' potente dei precedenti se possibile . Lo grideremo ancora contro ogni previsione , contro la frammentazione della nostra Comunita' Ideale che ha subito tanta fisiologica frattura nel suo evolversi storico e umano. Grideremo ancora una volta un PRESENTE che E' VERO oltre ogni valutazione settaria , perche' e' vero che i ragazzi di Acca Larenzia vivono in ognuno di noi , nella parte migliore del nostro essere UOMINI.
Quel PRESENTE , e' il nostro ultimo vero grido di Battaglia e nell'istante nel quale riuscira' come sempre a darci Forza e Coraggio , la vita e la Morte di Franco , Francesco e Stefano e di tutti i camerati che abbiamo perso nel corso del nostro cammino di militanti , avranno il senso superiore che auguriamo a noi stessi e ai nostri figli.

Per la Vittoria!

Claudio Modola